L’irresistibile fascino della Parigi-Dakar

L’irresistibile fascino della Parigi-Dakar

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L’unica gara motociclistica dove arrivare alla bandiera a scacchi è già considerato un trionfo. Una sfida con sé stessi e contro le asperità del paesaggio naturale che ospita il percorso. Polvere e fascino d’altri tempi ma anche rischi molto elevati che non smettono di suscitare interrogativi.

Stiamo parlando della Parigi-Dakar, l’avventurosa gara nata dal mondo dei rally raid che, a differenza dei rally validi per il campionato del mondo Rally, sono gare le cui prove si svolgono su più giornate. Proprio per la loro durata, queste gare sono spesso nominate rally marathon. A queste gare partecipano non solo auto, ma anche moto, camion e persino quad.

Le origini della competizione

Da questo mondo polveroso e pazzo nasce, nel 1979 la Parigi-Dakar ideata da un pilota automobilistico, Thierry Sabine che, durante il raid Abidjn-Nizza si perse con la sua moto nel deserto Libico e decise quindi di progettare un raid in grado di regalare alle persone comuni e non solo ai piloti un’avventura ricca di emozioni e paesaggi indimenticabili.

Thierry Sabine immaginò un percorso che partiva da Parigi e arrivava a Dakar attraversando molti paesi Africani e vaste aree desertiche.
Il 26 Dicembre 1979 partì da Place de Trocadero la prima edizione della Parigi-Dakar con 170 concorrenti pronti a percorrere i 10.000 km che li separavano dal traguardo a Dakar. Il primo vincitore nella categoria moto fu Cyril Neveu su Yamaha.

Una vita spericolata

La Parigi-Dakar acquisì in pochi anni grande risalto sui media, diventando popolarissima nonostante la sua pericolosità e i lutti che hanno segnato più edizioni della gara. Nel 1986, lo stesso Thierry Sabine perse la vita in un incidente mentre prestava soccorso ai piloti in difficoltà a bordo di un elicottero.

Anima della gara, cresciuta negli anni per popolarità e numero di partecipanti, sono ancora oggi i piloti privati che corrono al fianco delle squadre ufficiali di moto e auto. Il motto di Sabine era: “Una sfida per quanti partecipano e un sogno per quanti stanno a guardare”.

Oltre che per il suo suo fascino, questa competizione è famosa per la sua pericolosità, molti i piloti che hanno perso la vita. Tra gli episodi eclatanti, nel 1982, ci fu la missione internazionale per salvare Mark Thatcher, figlio dell’allora primo ministro britannico, Margaret Thatcher, che si era smarrito nel Sahara durante la competizione e fu ritrovato da un Hercules C-130 dell’aviazione militare algerina.

A molti piloti è andata peggio, perdendo la vita nel tentativo di compiere l’impresa. Tra questi, il campione toscano Fabrizio Meoni, vincitore delle edizioni 2001 e 2002 della Dakar, morì in gara tre anni dopo l’ultimo successo a causa di un arresto cardiaco dovuto ad una caduta nella quale si ruppe due vertebre cervicali.

Tra i campioni italiani c’è da segnalare Edi Orioli, pilota motociclistico e automobilistico, vincitore in carriera di ben quattro edizioni del Rally Dakar con moto (1988, 1990, 1994 e 1996).

La gara prosegue ancora oggi mantenendo fede alla sua idea originaria e anche alla sua pericolosità: una sfida che evoca un confronto titanico tra moto, uomo e natura.

La Dakar cambia casa

Molte delle prime edizioni (dal 1979 al 1991 e ancora 1993, 1994, 1998, 2000 e 2001) hanno tenuto fede al percorso che dà il nome alla gara, partendo dalla capitale francese per terminare in quella del Senegal. Poi, pur mantenendo l’arrivo a Dakar, la partenza è stata spostata in diverse città.

Dopo l’annullamento dell’edizione 2008 a causa di minacce di attentati terroristici, nel 2009 la gara si svolse in Argentina e, da allora, pur mantenendo il nome Dakar, il rally più famoso del Pianeta si svolge in Sudamerica.

Le moto italiane alla Parigi-Dakar

Tra le case motociclistiche italiane, Aprilia ha esordito alla Dakar nel 2010 con la RXV 4.5 ottenendo un terzo posto assoluto col cileno Francisco Lopez (vincitore di tre tappe) e dominando nella classe 450 SP con Paolo Ceci.

Alla Parigi-Dakar si lega anche l’ultimo modello di Moto Guzzi. Nel 1985, l’architetto bergamasco Claudio Torri chiese a Moto Guzzi una V65TT per iscriversi alla gara più dura del mondo. La moto finì con il somigliare poco alla V65 TT di serie: sospensioni di lunga escursione, telaio irrobustito, motore preparato, serbatoio da 50 litri, sella monoposto diedero vita ad una variante che prese il nome di V65 Baja.

Prevista in un unico esemplare, se ne costruiranno 17, perché l’importatore francese ne chiede 15. La Baja arrivò ad un passo dalla produzione di serie e venne presentata al salone di Milano del 1985.

Ricalcando quello spirito avventuroso, la V85 TT richiama alla mente proprio le atmosfere della mitica Parigi-Dakar. Un mix vincente tra il fascino di Moto Guzzi e il mondo off road. Ciò che ci fa capire la Parigi-Dakar è che le due ruote non sono solo velocità ma fatica, polvere e contatto con la natura. Un mondo mitico e misterioso ma ancora poco conosciuto e forse proprio per questo pieno di fascino.

 

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